Luoghi

Il villaggio operaio SAFFA

L’edizione 2024 di COLORA! si svolge all’interno del Villaggio SAFFA di Pontenuovo di Magenta (MI), a pochi metri dal ponte sul Naviglio Grande, testimone degli scontri della celebre Battaglia del 1859.

Sebbene oggi quasi sconosciuto, si tratta di un luogo iconico, essendo il villaggio operaio sorto durante gli anni di massimo splendore della fabbrica di fiammiferi – e poi cartiera, ora abbandonata – SAFFA, sviluppatasi a partire dal 1887 dove un tempo si trovava la dogana austriaca.

Un gioiello di urbanistica e architettura industriale, con edifici firmati dagli architetti Giovanni e Lorenzo Muzio che, nonostante l’attuale decadenza, conservano il fascino e la memoria di un’identità collettiva legata al lavoro in fabbrica che ha segnato, per generazioni, un’intera comunità.

Il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ha riconosciuto il valore di questo luogo speciale e lo ha scelto come tappa della 25° edizione delle Giornate FAI d’Autunno, il 12 e 13 ottobre 2024. Non solo, il Villaggio SAFFA è candidato alla nuova edizione del censimento nazionale Luoghi del Cuore: tutti possono votare per salvare un magnifico esempio di archeologia industriale e la storia che racconta, accendendo un faro sulla sua – forse imminente – rigenerazione.

IL VILLAGGIO SAFFA SI RACCONTA

Il percorso espositivo diffuso, sviluppato nell’ottobre 2024 da Fucsina, nell’ambito della manifestazione COLORA! | Aspettando la biennale del Colore ed in occasione delle Giornate FAI d’Autunno e della campagna “Luoghi del Cuore”, si propone di far riscoprire a cittadini e visitatori, ed in particolare alle nuove generazioni, l’identità collettiva che la celebre fabbrica di fiammiferi (e non solo) ha rappresentato per oltre un secolo, a Pontenuovo.

Un itinerario a tappe, attraverso gli edifici più significativi del villaggio S.A.F.F.A. che ancora resistono allo scorrere del tempo, in bilico tra abbandono e speranza di rigenerazione futura; preziosa eredità post-industriale per una comunità che resiste, silenziosa ma vivace.

Si ringraziano il Liceo Artistico Luigi Einaudi di Magenta, la prof.ssa Onida ed Ermanno Tunesi per i testi. Grafica e illustrazioni a cura di Francesca Gastone.
La stampa dei pannelli è stata offerta da Fornaroli Comunicazione Visiva S.R.L.

Dalla metà del 1800 negli Stati Uniti d’America in Inghilterra nascono numerose company towns: vere e proprie cittadine sorte per iniziativa di proprietari di industrie attorno ai loro stabilimenti con l’intento primario di avvicinare la casa d’abitazione degli operai e degli impiegati al luogo di lavoro.
In Italia lo stesso fenomeno ha inizio intorno tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con i primi stabilimenti industriali. Queste cittadine fondate da un’azienda vengono definite «villaggi operai», anche se quasi sempre vi abitano anche dirigenti e impiegati negli uffici della ditta.

Dal punto di vista degli industriali l’intento era, talvolta, di far stare meglio gli operai e di condividere almeno in parte con loro il benessere economico garantito dall’avvento dell’industria. Tuttavia, assegnare la casa e fornire altri servizi ai lavoratori significava anche avere il loro, rendere i dipendenti più partecipi del buon andamento della fabbrica, prevenire possibili proteste nei confronti della proprietà, esercitare un certo controllo sugli operai e, non ultimo dato,  aumentare la produttività.
Dal punto di vista dei dipendenti c’era l’evidente vantaggio di limitare tempi e costi di viaggio e generalmente di godere di condizioni abitative migliori di quelle di molti operai con stipendi modesti, di poter godere di servizi a portata di mano per se stessi e per la propria famiglia, di sentirsi parte di una comunità.

Alcuni villaggi sono nati nel giro di pochi anni con un preciso disegno urbanistico, che prevedeva una planimetria appositamente progettata da architetti, all’interno della quale la fabbrica, le case per gli operai, i dirigenti e gli impiegati e i servizi avevano una disposizione ordinata e razionale. In questi casi anche l’architettura ha un aspetto unitario. In altri casi, come nel celebre complesso Olivetti presso Ivrea, oggi tutelato dall’UNESCO, il sito produttivo e i servizi crescono e si modificano nel tempo adeguandosi alle esigenze dell’azienda.

Cosa è stata la S.A.F.F.A di Pontenuovo?

S.A.F.F.A. è l’acronimo di Società Anonima Fabbriche Fiammiferi e Affini: è il nome di un’azienda nata per produrre fiammiferi a Pontenuovo di Magenta. L’azienda era stata impiantata a Pontenuovo nel 1887 e inizialmente portava il cognome del fondatore, Giacomo De Medici.

Nel 1898, con la fusione di più fabbriche di fiammiferi presenti in Italia e l’ingresso di nuovi proprietari (Ettore e Luigi De Medici, Carlo Castiglioni) la De Medici assume il nome di Società Anonima Fabbriche Riunite Fiammiferi (S.A.F.R.F.).

Nel 1937 un mutamento societario porta al nome definitivo (S.A.F.F.A.), impiegato fino al 2002, anno della chiusura.
Pontenuovo è una località sorta poco prima della nascita della SAFFA, ma è solo con l’apertura della fabbrica che inizia a prendere l’aspetto di un vero e proprio villaggio.

A partire dal 1900 i proprietari della fabbrica fanno costruire una serie di edifici per offrire dei servizi ai dipendenti, che nel 1906 sono ben 1400.
Dal lato opposto del Naviglio sono costruite anche le prime abitazioni per gli operai.
La disposizione delle prime abitazioni e dei servizi per i dipendenti della fabbrica non segue un piano preciso. Le costruzioni sono realizzate un po’ per volta, a mano a mano che si presentavano nuove esigenze e alcune cambiano funzione nel tempo. Per lo più gli edifici di servizio sono disposti lungo la strada statale vercellese.

Tra il 1952 e il 1962 l’architetto Giovanni Muzio (1893-1982), dal ‘59 affiancato dal figlio Lorenzoprogetta nuovi edifici pubblici e dà un disegno unitario al villaggio a est del naviglio, dove erano stati costruiti dei villini per gli impiegati. Vengono realizzate nuove palazzine ad appartamenti.

La nuova piazza della chiesa è collegata alla strada statale da un asse viario centrato sulla facciata della chiesetta preesistente.
Le scuole, progetto di Giovanni Muzio, e la chiesa vengono tenute lontane dalla strada statale, protette dal traffico e dal rumore.

Pontenuovo, all’epoca dell’insediamento della fabbrica, non era ancora un villaggio. Qui passava la strada vercellese, la via più diretta di collegamento tra Milano e Torino: era la strada era stata voluta da Napoleone poco dopo l’invasione della Lombardia, all’inizio dell’Ottocento, ma i lavori erano stati conclusi dopo il ritorno della dominazione austriaca in Lombardia.

Erano stati quindi gli Austriaci a far terminare la costruzione del ponte sul Ticino, iniziata dai Francesi, e a far costruire il nuovo ponte sul Naviglio Grande, entrambi necessari al passaggio della strada. Vicino al ponte sul Naviglio gli Austriaci avevano poi collocato, nel 1837, la Doganaun grande edificio porticato dove le persone che volevano entrare in Lombardia o recarsi in Piemonte dovevano presentare il lasciapassare (equivalente ad un passaporto odierno) e dove le merci in entrata pagavano un dazio, visto che il fiume Ticino era il confine tra due Stati, il Regno Lombardo-Veneto ed il Regno di Sardegna.

Nello stesso punto gli Austriaci avevano costruito una caserma per i soldati e un edificio per il personale addetto al controllo dei permessi e per il cambio dei cavalli del servizio postale; era poi sorta una locanda con stalla per i viaggiatori di passaggio. Questi pochi edifici costruiti al di qua e al di là del ponte avevano dato il nome alla località: Pontenuovo, così chiamata perché poco più a sud esisteva un ponte molto più antico sul Naviglio con un villaggio di contadini, che prese allora il nome di Pontevecchio. Tutto attorno erano campagne coltivate.

Dopo la celebre Battaglia di Magenta, combattuta il 4 giugno 1859 anche a Pontenuovo (l’edificio, dopo il ponte a destra in direzione Novara, reca ancora i fori dei proiettili sparati durante la battaglia) e con l’unità d’Italia, la Dogana perde la sua funzione e viene messa in vendita. La presenza di ampi spazi, di questa strada larga e dritta, della stazione ferroviaria di Magenta, distante da qui solo un paio di chilometri, e del Naviglio, anch’esso valida via di collegamento, aveva convinto Giacomo De Medici che questo fosse il luogo ideale per impiantare la sua fabbrica.

È qui che la parabola della S.A.F.F.A ebbe inizio, con il grande cancello di ingresso della fabbrica immortalato nelle foto d’epoca con l’uscita della maestranze. Di fronte si trova un edificio porticato che, dopo avere svolto la funzione di asilo, divenne un’ampia mensa per gli operai, e la prima scuola elementare del villaggio (che in precedenza era un edificio polifunzionale a disposizione degli operai). 
Il grande traffico sulla strada statale ci fa apprezzare a pieno la scelta di Muzio di spostare il centro del villaggio moderno in posizione più arretrata, pur mantenendo un rapporto visivo con la parte più antica del villaggio operaio.

La chiesa più antica del villaggio S.A.F.F.A. è intitolata alla Madonna del Buon Consiglio e fu costruita nel 1903. Alle sue spalle si innalza il campanile, aggiunto più tardi. La chiesetta è in stile neogotico, molto sobrio, con un semplice portale ad arco acuto e una lunetta con un’immagine della Madonna.

Il tetto a falde molto inclinate dà all’edificio un aspetto nordico, un po’ contrastante con la sua collocazione nelle campagne della Lombardia. Dalla metà dell’Ottocento in Italia si erano infatti moltiplicati gli esempi di edifici ispirati al Medioevo; lo stile neogotico era ritenuto particolarmente adatto alle chiese, perché il Medioevo era visto come il periodo nella storia in cui la Chiesa era stata il maggiore punto di riferimento per la popolazione, prima della drammatica scissione tra protestanti e cattolici. All’interno sorprende il fatto che una chiesa così piccola abbia delle vetrate colorate, chiara imitazione di quelle delle cattedrali gotiche: sono dovute alla passione per la tecnica della vetrata di un operaio della S.A.F.F.A., Costantino Garavagliavetraio di Boffalora. L’azienda gliele commissionò e furono realizzate tra il 1963 e il 1967.

La chiesa avrebbe dovuto fungere come un memoriale per i caduti della battaglia di Magenta, ma la diffusione del culto verso Gianna Beretta Molla l’ha trasformata in un piccolo santuario. In questo angolo ci sono alcuni ex voto recenti; molti di più se ne trovano nel santuario diocesano della famiglia a lei dedicato che si trova a Mesero, dove era nato il marito e dove è presente anche la tomba di famiglia. La scultura in marmo nella nicchia a sinistra, realizzata nel 1994 in occasione della beatificazione di Gianna Beretta, mostra un neonato sollevato da delle macerie: può rievocare delle le mani di una madre che riesce a salvare il suo bambino, sollevandolo dalle tenebre in cui lei si trova.

La S.A.F.F.A. aveva realizzato da subito, ai primi del Novecento, un asilo e poco dopo una scuola elementare che ospitava i bambini fino alla terza (quando, a quei tempi, terminava la scuola dell’obbligo). Pagava inoltre libri e quaderni e stipendiava le maestre, che avevano anche l’alloggio qui a Pontenuovo: tutte condizioni impensabili per molti lavoratori di oggi.

Le due scuole progettate in seguito da Giovanni Muzio, risparmiate dalla distruzione toccata all’asilo nido in epoca recente, sono edifici volutamente molto semplici e a misura di bambino, bassi e proiettati nel verde. Alcune caratteristiche richiamano l’adiacente chiesa di San Giuseppe Lavoratore, dando un aspetto armonico alla piazza: le pensiline di ingresso molto aggettanti, l’uso dei grigliati di mattoni, la presenza di pannelli decorativi elaborati a mano, opera anch’essi di Mirella Zevi, moglie di Lorenzo Muzio. I pannelli in ceramica di Faenza dipinta presentano soggetti che rimandano invece al mondo vegetale e animale con alcune rappresentazioni nello stile dei graffiti delle grotte preistoriche o degli antichi egizi, con richiami persino agli elefanti surrealisti di Dalì.

Gianna Beretta Molla, a cui è intitolata la scuola, era una pediatra magentina di famiglia molto religiosa; nel 1955 sposò l’ingegner Pietro Molla, all’epoca direttore della SAFFA, e venne ad abitare a Pontenuovo, nella casa situata all’interno della proprietà industriale. Anch’essa molto religiosa, rimasta incinta della quarta figlia (avendo già un bambino e due bambine) scoprì di avere un tumore ma scelse di rinunciare alle cure per non compromettere la vita della nascitura e pochi giorni dopo il parto morì. Dopo un lungo processo di canonizzazione venna proclamata Santa nel 2004.

L’incarico affidato a Lorenzo Muzio all’inizio degli anni Sessanta per la costruzione di un cinema teatro dimostra la sensibilità dei proprietari della S.A.F.F.A. verso la necessità, anche per una piccola comunità come quella di Pontenuovo, di luoghi per la socialità.
Se già ai primi del Novecento la fabbrica di fiammiferi aveva la sua banda musicale, nel teatro si tenevano le premiazioni annuali dei lavoratori anziani, gli spettacoli teatrali, organizzati dalla compagnia nata nell’oratorio, e proiezioni cinematografiche di cui si ricordano ancora molti abitanti di Pontenuovo, oggi adulti.

Il cinema teatro, costruito in cemento armato e mattoni, è rivestito dello stesso tipo di materiale usato per la chiesa, anche se le mattonelle sono di tinta differente: si tratta di elementi in clinker, ottenuti con una cottura a temperature molto alte, che lo rendono molto compatto e quasi lucido. Il clinker ricorre nelle architetture del padre di Lorenzo, Giovanni Muzio, che lo amava per la sua grande affidabilità e resistenza nel tempo agli agenti atmosferici nonché per gli effetti decorativi ottenibili con la semplice messa in opera, senza necessità di ulteriori rivestimenti. Interessante è poi la copertura con delle volte ondulate che creano un particolare movimento anche lungo le facciate.

Il cineteatro ha cessato di essere usato anni fa ed è stato vandalizzato, sia internamente che esternamente, come la mensa per i dirigenti che lo affianca, progettata sempre da Lorenzo Muzio.
Il lato architettonicamente più interessante dell’edificio è quello verso la strada statale, benché anche qui appaia la sua devastazione. La facciata è stata risolta da Lorenzo Muzio con una parete in vetrocemento: si tratta di blocchetti vetrati molto resistenti che permettono di creare un muro con un’ampia apertura dalla quale la luce entra filtrata, non troppo forte. Dietro la parete trovava spazio il foyer, cioè la zona di ingresso al cinema, che risultava così luminosa ma allo stesso tempo schermata dalla vista della strada.

La chiesa, progettata da Lorenzo Muzio, figlio di Giovanni, è l’ultimo edificio costruito all’interno del villaggio; alcune sue caratteristiche ricordano i lavori del padre.
Completata nel 1962, è consacrata il 1° maggio 1963 dal Cardinale Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano che, solo un mese dopo, sarebbe stato eletto papa col nome di Paolo VI.
La chiesa viene dedicata a San Giuseppe Lavoratore, santo che viene festeggiato non a caso il 1° maggio, festa dei lavoratori. L’intitolazione è quanto mai appropriata: Giuseppe, secondo i Vangeli, era un falegname e, per la chiesa di una fabbrica che aveva il legno tra i principali materiali lavorati, non si sarebbe potuto scegliere di meglio.

Nel 1984 la chiesa diventa parrocchia e viene dotata del fonte battesimale. Nel 2008 è modificato il sagrato con la creazione di una zona di panchine e una pista ciclabile che vanno in parte a rendere meno omogeneo l’aspetto dello spazio antistante la chiesa.  

All’esterno, la chiesa si presenta come l’edificio di maggiore peso visivo dell’intero villaggio, ma l’uso del mattone, materiale ricorrente nell’architettura romanica lombarda ma anche nelle cascine del territorio, e la grande rientranza con la pensilina molto sporgente, che rievoca un mantello che si alza per far entrare i fedeli, danno a questa facciata un aspetto accogliente e non eccessivamente monumentale. Le porte in bronzo sono originali, disegnate come altri elementi decorativi dalla moglie di Lorenzo Muzio, Mirella Zevi anch’essa architetto e che gestisce con il figlio, architetto Giovanni Tomaso, l’archivio storico dello studio Muzio.

All’interno, attira subito l’attenzione l’altissimo tetto a falde inclinate, che crea la sensazione di una grande vela o di una tenda e dà grande importanza allo spazio centrale. Notiamo che al posto di tradizionali finestre ci sono ampie pareti che presentano il caratteristico grigliato che era usato nei fienili delle cascine lombarde. Questo permette da una parte di ottenere effetti di luce suggestivi, sfruttando l’illuminazione naturale, dall’altro di sottolineare il carattere campestre di questo villaggio, i cui primi abitanti erano contadini che al termine del lavoro in fabbrica andavano ancora a occuparsi dei campi. 

Colpiscono anche le grandi travi reticolari in cemento armato: è inevitabile pensare alle coperture dei capannoni industriali, ma la forma triangolare nella trave sopra l’altare richiama anche la forma delle capriate di legno tipiche delle cascine e delle chiese romaniche. In generale, un aspetto che si coglie subito è la grande cura dei dettagli. La chiesa inizialmente era più spoglia, ma c’erano già il bel tabernacolo e il crocifisso, dipinto sul retro con l’effigie della Madonna. Ai lati dell’altare c’erano due grandi rilievi di legno con le immagini di San Giuseppe e della Madonna mentre i due mosaici attuali sono successivi. L’altare si trovava in fondo e all’ingresso del presbiterio c’erano delle balaustre, oggi rimosse: lo spostamento in avanti dell’altare fu eseguito dopo il 1970, perché il Concilio Vaticano II (1964) aveva stabilito di favorire il dialogo tra il prete e i fedeli.

Se già ai primi del Novecento la fabbrica di fiammiferi aveva la sua banda musicale, nel teatro si tenevano le premiazioni annuali dei lavoratori anziani, gli spettacoli teatrali, organizzati dalla compagnia nata nell’oratorio, e proiezioni cinematografiche di cui si ricordano ancora molti abitanti di Pontenuovo, oggi adulti.

Il cinema teatro, costruito in cemento armato e mattoni, è rivestito dello stesso tipo di materiale usato per la chiesa, anche se le mattonelle sono di tinta differente: si tratta di elementi in clinker, ottenuti con una cottura a temperature molto alte, che lo rendono molto compatto e quasi lucido. Il clinker ricorre nelle architetture del padre di Lorenzo, Giovanni Muzio, che lo amava per la sua grande affidabilità e resistenza nel tempo agli agenti atmosferici nonché per gli effetti decorativi ottenibili con la semplice messa in opera, senza necessità di ulteriori rivestimenti. Interessante è poi la copertura con delle volte ondulate che creano un particolare movimento anche lungo le facciate.

Il cineteatro ha cessato di essere usato anni fa ed è stato vandalizzato, sia internamente che esternamente, come la mensa per i dirigenti che lo affianca, progettata sempre da Lorenzo Muzio.
Il lato architettonicamente più interessante dell’edificio è quello verso la strada statale, benché anche qui appaia la sua devastazione. La facciata è stata risolta da Lorenzo Muzio con una parete in vetrocemento: si tratta di blocchetti vetrati molto resistenti che permettono di creare un muro con un’ampia apertura dalla quale la luce entra filtrata, non troppo forte. Dietro la parete trovava spazio il foyer, cioè la zona di ingresso al cinema, che risultava così luminosa ma allo stesso tempo schermata dalla vista della strada.

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